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Gabriele Basilico: le opere di Beirut

Gabriele Basilico è, non v’è dubbio, il fotografo del paesaggio urbano.

Il suo interesse per l’architettura è guidato da una ricerca che muove ben al di là del mero aspetto documentario, relativo allo spazio e alle sue forme. Infatti la sua è una ricerca che tocca aspetti più profondi, relativi all’esperienza della visione e del rapporto che questa intrattiene con lo spazio.

«E’ certo che io faccio fotografie in relazione al principio e all’esperienza estetica della “visione”. In questo senso io sono pienamente fotografo».

Una caratteristica che si esplicita pienamente fin dai suoi più importanti reportage, come quello di Beirut, risalente ai primi anni ‘90.

Gabriele Basilico: le opere del martirio

È il 1991 quando il fotografo milanese prende parte a un’importante missione che lo vede impegnato, insieme ad altri grandissimi nomi della fotografia internazionale, a documentare le devastazioni della città di Beirut, uscita da poco dal martirio provocato da 15 anni di guerra civile, le cui stime erano ormai salite a 120 mila morti e un milione di sfollati.

 

Secondo Basilico, questo mare apparentemente informe di catastrofe urbana e sociale è la pelle morta di un organismo tutt’altro che deceduto.

Di questo egli si rende cosciente: la città parla, e lui la sente nel profondo; è così dunque che, ad un’anima tanto sensibile, non rimane che tradurne il verbo straziato nel linguaggio che più gli appartiene: la fotografia.

Lo strumento fotografico come testimone sensibile del tempo

Lo strumento fotografico diventa veicolo prediletto non soltanto di una città distrutta, bensì una cruenta e sensibilissima testimonianza di uno spazio martoriato dall’agire umano, estremamente violento.

Il fotografo diventa il testimone del reale e il suo mezzo espressione delle sensibilità che si generano alla visione: per Basilico non si trattava di realizzare un reportage sulle rovine ma di rappresentare ciò che lui stesso ha definito uno “stato delle cose”, affidato alla libera interpretazione di chi un giorno le avrebbe osservate.

«[…] una città ferita, oltraggiata, ha bisogno di una sensibilità tutta particolare, pretende un’attenzione speciale, di partecipazione ma anche di rispetto. […] qualcosa succede, forse la città ascolta, intuisce le esitazioni, lancia un messaggio e libera in modo pacato dalle angosce, aiuta a sciogliere lo sguardo pietrificato. Subentra un silenzio metafisico, una pausa dopo la quale si può agire, osservare, prendere le misure».

Il lungo sopralluogo tra le vie della città, lascerà il fotografo talmente scosso da spingerlo a tornare altre tre volte per documentarne la progressiva ricostruzione.

A proposito di ritorni, egli dichiarava: «Torno diverse volte nei luoghi che ho fotografato. Per me, è il modo più interessante e utile per avere un rapporto concreto, un maggior coinvolgimento con la realtà. La pratica del ritornare crea una singolare disposizione sentimentale: come l’attesa per un appuntamento desiderato, un risvegliarsi della memoria per luoghi, oggetti, persone, come se si riaccendesse il motore di una macchina ferma da tempo».